Focus

17 Aprile 2021

LA QUESTIONE DEGLI STADI FRA TUTELA E ADEGUAMENTO

È stato recentemente pubblicato il numero speciale 4 del Bollettino del Centro di Studi per la Storia dell’architettura di Roma dal titolo “La questione degli stadi fra tutela e adeguamento” (link: http://www.cssar-casadeicrescenzi.it/vol-4-n-s-2020/). Si tratta di un importantissimo contributo alla vicenda degli stadi italiani, in un momento storico in cui, a causa di dell’ormai noto emendamento “sblocca-stadi” approvato all’interno del DL Semplificazioni (Legge 120/2020), il patrimonio architettonico italiano costituito dalla vasta produzione di impianti sportivi dedicati a calcio ed atletica e nati principalmente tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso (di cui emblema d’eccellenza è l’Artemio Franchi progettato da Pierluigi Nervi) rischia di essere irrimediabilmente perso o compromesso. Tale norma è volta infatti ad avallare interventi di modifica o rifacimento ex novo degli stadi dichiarati di interesse culturale, sfruttando pretestuosamente presunte esigenze di sicurezza e funzionalità, nonché di adeguamento agli standard internazionali. Come ha ben chiarito il prof. Giorgio Rocco nella Presentazione al volume di cui si tratta, il provvedimento prelude pericolosamente ad una delegittimazione dei principi basilari che presiedono alla gestione del patrimonio culturale, con conseguenze che si spingono ben al di là dello specifico tema degli stadi: in evidente contrasto con quanto previsto dall’articolo 9 della Carta Costituzionale, l’emendamento mette in discussione l’efficacia dell’intero sistema vincolistico alla base dell’azione di tutela del paese. Vengono di fatto esautorate le Soprintendenze del loro ruolo di verifica e approvazione degli interventi su tali beni culturali, con la possibilità concreta di conservare solo pochi elementi ritenuti di valore dell’intera architettura (una tribuna, o anche un singolo elemento strutturale significativo).

Il rischio più esteso è quello della “fine della nozione stessa di monumento nella coscienza diffusa del Paese” come ribadisce Tomaso Montanari nel suo contributo al Bollettino, così proseguendo, con enfasi: “se posso farlo a pezzi, salvandone solo gli organi pregiati, vuol dire che posso uccidere quel corpo, quell’organismo vivo e unitario che chiamiamo monumento. Immaginiamo di salvare solo una torre di Castel del Monte, solo due arcate del Palazzo Ducale di Venezia, qualche pinnacolo del Duomo di Milano o dieci colonne del Pantheon: non sarebbe una morte ancor più umiliante e ingloriosa?”. Forse proprio il minor clamore che suscita la perdita di uno stadio o di una sua parte rispetto ad un monumento del lontano passato è il pesante dazio che paga l’architettura moderna, in una sostanziale assenza nella collettività degli strumenti culturali per valutare l’uno alla stregua dell’altro.

A ciò si aggiunge il fattore economico, cuore della questione legata all’emendamento: anteporre il più redditizio obbligo del consumo – perché di questo si tratta – ai valori che gli stadi veicolano e consentire ora il loro stravolgimento, produrrebbe gravi squilibri nell’assetto urbano delle città, privandole di alcuni degli esempi più validi di architettura contemporanea. La tutela di queste opere risponde infatti non solo ad una corretta azione di conservazione di beni riconosciuti di interesse culturale dallo stato, ma anche alla difesa della qualità della vita cittadina.

Ad una norma di questa portata, chi ha a cuore la tutela dei beni culturali contrappone il tema della trasformazione controllata del bene, affinché possano coesistere struttura degli stadi e necessità di adeguamento sportivo legate alle reali esigenze di sicurezza. È evidente che quest’ultimo punto è strettamente connesso alla sostenibilità economico-finanziaria del progetto e rende l’operazione di modifica assai complessa. Cionondimeno, va ribadita con forza la strada del dialogo, restituendo quanto prima agli organi di valutazione del Ministero della Cultura il loro ruolo centrale nella questione: l’operato delle Soprintendenze ha infatti riflessi sull’intera città e sui suoi luoghi di aggregazione sociale. E la componente sociale acquista ancor più rilevanza se riferita a monumenti legati all’attività sportiva, in quanto il binomio sport-bellezza è da sempre una leva potente nell’immaginario collettivo, non solo italiano.

 

Aldo Giorgio Pezzi

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