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20 Luglio 2026

PALAZZO HENRICI | CHIETI

La famiglia Henrici
Le origini della famiglia Henrici vanno ricercate percorrendo il sottile crinale che, soprattutto laddove occorra confrontarsi con testimonianze relative all’epoca altomedievale, si interpone fra storia e leggenda. Nel suo Discorso cattolico et apologia historica cavata dal Vecchio, e Nuouo Testamento, edito nel 1588, il giureconsulto teatino Camillo Borrello dichiara di aver ricevuto in dono dal “Signor Horatio Henrici” – che nondimeno era suo suocero – un manoscritto ad opera di Alfonso Ceccarelli da Brevagna, contenente una raccolta di “Antiquitates Theatines”. In questa si fa riferimento ad un misconosciuto Eulogio Henrici Theatino, cardinale di Santa Balbina sotto il papato di Stefano V (885-891). Non abbiamo altre notizie in merito; in compenso sappiamo che il genealogista Alfonso Ceccarelli (Bevagna, 1532 – Roma, 1583), l’autore della raccolta, era uno dei più abili falsari del suo tempo: capace di confezionare convincenti ricostruzioni storiche citando fonti che, alla prova dei fatti, risultavano spesso inesistenti. È pertanto verosimile che, avendo destinato il suo manoscritto ad Orazio Henrici, il Ceccarelli ne avesse arricchito il contenuto di informazioni favolose – e inventate di sana pianta – riguardo l’importanza della famiglia, notizie che potevano di certo blandire l’orgoglio dinastico del gentiluomo chietino.
Sta di fatto che la segnalazione di tale Eulogio Henrici cardinale ricorre anche in altri testi successivi: dagli appunti di Niccolò Toppi confluiti negli Scritti varii fino al volume ottocentesco dell’erudito napoletano Camillo Minieri Riccio.
Niccolò Toppi dichiara di aver letto a sua volta il manoscritto di Ceccarelli e di avervi trovato anche il nome di tal Fabio Henrici, un uomo d’arme di valore che, secondo il Ceccarelli, era al seguito del condottiero Alfredo di Buglione – anche quest’ultimo, peraltro, ammesso che non si tratti di un refuso, è un personaggio misconosciuto –. Tali figure favolose in definitiva appartengono alla leggenda della famiglia Henrici a Chieti piuttosto che alla sua storia.
Su basi ben più solide pare poggiare invece la testimonianza di Federico Valignani: a commento del sonetto 81 della Centuria dei sonetti istorici, da lui pubblicata nel 1729, il marchese di Cepagatti parla di tal “Giovanni della Famiglia Errici, che nobil rampollo di quella de’ Conti di Schwarzenberg da Baviera in Chieti venne a germogliare, fu in questi tempi chiarissimo giureconsulto”. Il periodo cui allude il Valignani è quello della monarchia angioina: a suo dire Giovanni Henrici si sarebbe formato nelle lettere a Napoli alla corte di re Roberto d’Angiò (1278 – 1343), per poi trasferirsi a Chieti ad operare come uomo di legge. A sostegno della parentela fra gli Henrici e i conti Schwarzenberg,
proprietari del castello di Scheinfeld in Baviera, Valignani menzionava un’incisione a bulino del 1590 attribuita ad Jan Sadeler il Vecchio: si tratta del ritratto di Ottone Henrici conte di Schwarzenberg. Tuttavia, questi è un gentiluomo vissuto nella seconda metà del Cinquecento, quando gli Henrici di Chieti erano ormai una famiglia documentata in città da oltre due secoli.
Più interessante è il riferimento di Valignani ad un passaggio a Napoli della dinastia prima di trasferirsi in Abruzzo. In tempi molto più vicini a noi lo storico Mario Zuccarini (1976) ha difatti trovato tracce della famiglia Henrici, a suo avviso d’origine normanna, prima a Capua nel XII secolo, quindi a Napoli e infine a Chieti dalla fine del Trecento.
Tale ricostruzione sembrerebbe essere la più plausibile – anche se singole attestazioni di elementi della famiglia a Chieti
compaiono a partire dal 1280, segno forse di interessi commerciali da seguire al confine settentrionale del regno –. Per Zuccarini il capostipite del ramo teatino della dinastia è Giovan Francesco I, maestro d’arme a servizio della famiglia Caldora e che risulta documentato in città dal 1401. Giovan Francesco Henrici fu uno dei capitani di ventura che
appoggiarono la regina di Napoli Giovanna II contro la rivolta dei baroni, e fu da questa premiato con incarichi di amministrazione importanti in Abruzzo. Questi vennero conservati dalla famiglia nelle generazioni successive, anche dopo il passaggio del regno alla casata d’Aragona. In particolare, il giureconsulto Giovan Francesco II, forse nipote del precedente, nel 1461 viene nominato ambasciatore della città di Chieti presso la corte di Ferdinando I e più avanti regio consigliere e presidente della Camera della Sommaria a Napoli. Ancora più prestigioso è il cursus honorum di Giulio Henrici laureatosi allo studium di Perugia nel 1515 e dal 1519 ambasciatore della città di Chieti alla corte dell’imperatore Carlo V, mentre Nicola Francesco, decurione nel 1520, tre anni dopo divenne ambasciatore presso la corte papale di Clemente VII. Nel secondo Cinquecento Ottavio, giureconsulto di fama a cui il poeta Pompilio Rossi dedicò post mortem un madrigale celebrativo in latino, è noto per la donazione di millecinquecento ducati da lui elargita al re Filippo II di Spagna per sostenerlo nell’impegno della guerra contro le Province Unite.

La professione legale è stata sempre un leit motiv per gli Henrici: tra il XVI e il XVIII secolo in molti della dinastia sono ricordati in città come giudici; alcuni raggiungono la carica di decurioni e per ben otto volte la famiglia assurge al camerlengato. Tale fortuna durevole va imputata anche alla lunga alleanza con i Valignani, rinsaldata da ricorrenti unioni dinastiche: nel 1622 il camerlengo Fabio Henrici aveva sposato Ippolita Valignani, seguito diciassette anni dopo dal nipote Luigi – anche lui più avanti camerlengo – che sposò Caterina Valignani. Tuttavia, la simbiosi fra le dinastie teatine era iniziata probabilmente già nei secoli precedenti. Stupisce in tale contesto il ritardo con cui fu conferito agli
Henrici il titolo nobiliare: solo alla fine del Seicento Nicolò venne nominato conte e gli furono affidati i feudi di Turri (Turrivalignani) e Primavilla (contrada di San Giovanni Teatino). Tuttavia, fin dal secondo Cinquecento la famiglia iniziò ad utilizzare lo stemma con le tre onde sovrastate dalle tre rose, che oggi troviamo – oltre che sul palazzo di Corso Marrucino, laddove l’arme è sovrastata dalla corona: segno della fedeltà della famiglia prima ai Borboni e poi ai Savoia – sul portale della chiesa di Sant’Agata in via degli Agostiniani e che risultava de facto un riconoscimento di status aristocratico. La fama degli Henrici giunse al punto più alto con la personalità del conte Paolo, che nel 1726 si unì in matrimonio a Venezia con Lucrezia Dandolo, legando le sorti della dinastia ad uno dei nomi di maggior rilievo nella Serenissima. A quel tempo gli Henrici erano già censiti come abitanti della parrocchia del duomo: segno verosimilmente che il loro palazzo sorgesse in posizione attigua rispetto a quello odierno.

Il Palazzo Henrici
Il Palazzo Henrici, nella sua attuale conformazione, è frutto del ripristino dell’antico edificio di proprietà della famiglia, conseguentemente proprio all’imponente trasformazione urbanistica subita da Chieti alla fine del XIX secolo e di cui si è parlato nel paragrafo precedente. L’intero palazzo occupa ancora oggi la testata sud dell’aggregato edilizio che
affacciava su Largo Mercatello, aggregato attualmente compreso tra il Palazzo Valignani a nord (sede del Municipio, notoriamente denominato Palazzo d’Achille), il Corso Marrucino, Vico Germanesi e Vico Henrici. Da una mappa cartografica del catasto del 1875 si evidenzia l’antico assetto planimetrico del palazzo del barone Henrici, la cui fronte in affaccio sul Largo Mercatello, al pari di un’ampia porzione del palazzo stesso, fu tra gli edifici selezionati per la demolizione, dovuta questa alla nuova disposizione del corso. Il nuovo palazzo, evidentemente, si compone di due distinte parti, differenti tra loro per caratteristiche architettoniche, dimensioni e struttura, e inoltre di una porzione centrale. Questa comprende il novello scalone di raccordo tra il vecchio palazzo conservato e il nuovo volume, più moderno e degno di rappresentare lo status della Famiglia Henrici.

FACCIATA DEL PALAZZO HENRICI CORSO MARRUCINO CHIETI

La parte più antica dell’edificio è oggi riconoscibile per la presenza di spazi voltati a botte di dimensioni contenute, molto bassi al pianterreno e spesso fra loro collegati da scale interne e gradini di raccordo. Si tratta di un assetto dovuto alle progressive conglobazioni di diverse strutture, che venivano aggiunte in ragione delle nuove necessità della famiglia. Al pianterreno si conserva ancora la corte centrale, chiusa negli ultimi decenni con una struttura in cemento armato che incornicia una porta a vetri. Da qui è possibile accedere agli ambienti del palazzo più antico, caratterizzati da murature spesse, tutti convergenti sulla corte. Sulla sezione angolare sul vico Germanesi sono state impostate le murature sovrastanti del nuovo palazzo.
Di notevole rilevanza architettonica è dunque il nuovo blocco ad L. Non vi è traccia nelle fonti documentarie su chi fosse stato incaricato dagli Henrici per il progetto del nuovo palazzo: di certo la sistemazione in stile eclettico, che prendeva a modello le grandi residenze gentilizie fiorentine del Quattrocento (avendo come riferimenti più diretti
palazzo Medici-Riccardi, Gondi e Strozzi), doveva risultare indicativa del ruolo sociale assunto dalla famiglia nel tempo e ribadito nella Chieti dell’epoca postunitaria. I modelli fiorentini, del resto, erano una costante dell’architettura eclettica in questa fase, come dimostra con evidenza la riproposizione del bugnato di Palazzo Strozzi da parte di Antonino Liberi nel Palazzo Perenich di Pescara, edificio questo realizzato nel 1884 e dunque sostanzialmente coevo di Palazzo Henrici.
La nuova porzione del palazzo si articola dunque su quattro livelli e presenta una severa facciata a bugne stondate su tutti i piani ma che, a differenza di prototipi fiorentini, non degradano verso l’alto Al pianterreno i portali laterali a tutto sesto, con ghiere bugnate a conci, introducono ai quattro vani adibiti ad attività commerciali. L’accesso centrale, identico agli altri se non per la presenza sulla sommità dello stemma della dinastia, invece conduce all’androne del palazzo e
rappresenta visivamente il cardine della simmetria della facciata. I tre livelli superiori, separati da classiche fasce marcapiano a dentelli, rispettano la simmetria impostata al piano terra, presentando ciascuno cinque finestre. Le aperture sono nobilitate da fini decorazioni geometriche e propongono le medesime ghiere bugnate degli archi del piano terra. Un dettaglio notevole, indicativo dell’evoluzione dei modelli delle bifore d’origine fiorentina, è costituito dall’eliminazione della colonnina centrale, ragion per cui gli archi zoppi sono terminanti con capitelli ionici con semplici decorazioni fitomorfe. Gli spazi di intersezione tra gli archi a tutto sesto e gli archetti delle bifore recano stemmi al centro di girali vegetali. Vi è poi una tecnologia ricorrente nei coevi palazzi teatini, con la presenza di serramenti
scorrevoli all’interno della muratura ancora in gran parte conservati. Sulla facciata al primo piano troviamo un balcone aggettante che si imposta immediatamente sopra i portali e ingloba le tre finestre al centro: esso è sorretto da mensole dai nobili ornamenti fitomorfi in stile ionico, alternate ad altre decorate invece con motivi geometrici. Fra una mensola e l’altra si aprono riquadri rettangolari dalle cornici traforate che si reiterano anche nei due piccoli balconcini del secondo piano. Questi invece inglobano ciascuno una finestra corrispondente ai due portali ai lati di quello centrale. Anche qui le mensole presentano le medesime decorazioni fitomorfe di quelle del balcone del piano nobile. La composizione architettonica, infine, è completata da un massivo cornicione che, distaccandosi dai ricordati esempi toscani, si compone di neo “romanici” archetti pensili su mensole, rivelando il gusto eclettico della contaminazione.

Assai meno significativo appare l’interno, laddove risultano evidenti alcune alterazioni operate nel corso di incauti restauri nella seconda metà del Novecento, che tuttavia per fortuna non compromettono l’impianto generale del palazzo.
Questo è stato risistemato, dopo l’unione delle diverse strutture, attraverso la realizzazione di un grande scalone che sortisce dalla corte interna, accessibile questa dall’androne oltre l’ingresso sul Corso Marrucino. Ai livelli superiori ogni pianerottolo aveva tre accessi agli appartamenti: l’ingresso di sinistra ad ogni piano è stato sostituito con l’accesso al vano ascensore; quello centrale conduce al vano distributivo dell’ala nobile, mentre quello di destra consente l’accesso
all’ala secondaria e alla sezione antica del palazzo. L’impianto degli interni è rigoroso almeno quanto il disegno della facciata. L’intero blocco sul corso è scandito da murature portanti ortogonali e da una muratura parallela alla facciata: ne risultano ampie stanze molto alte e luminose, con quella in posizione centrale che è accessibile dal vano distributivo
dello scalone. Inoltre, le stanze collocate sul prospetto sul Corso sono caratterizzate dalla consueta infilata di porte vicino alle finestre. Allo stesso modo il braccio corto del volume ad L è organizzato secondo una teoria di vani molto regolari, ma di dimensione inferiore. Anche in considerazione delle dimensioni dei vani, e in linea con le tipologie costruttive del tempo, gli impalcati sono preferibilmente piani o con volte a schifo, arricchiti da stucchi semplici e cornici molto
sobrie. Interessanti invece risultano le soluzioni di raccordo dello spigolo sul corso e del grande atrio di accesso, per i quali si evidenziano in pianta forme fortemente irregolari, talvolta generando stanze residuali: queste sono necessarie a riconnettere i piani e gli spazi dell’antico palazzo con l’area della corte, e con gli interni di gran lunga ridotti del nuovo lotto, lasciato agli Henrici a seguito dell’alienazione di parte delle loro proprietà.
Il palazzo negli ultimi decenni è stato sede dell’Iri School College (istituto poi acquisito dall’attuale proprietà), la cui cura e gestione degli spazi ha consentito la conservazione quasi completa della struttura. Certamente molte delle pavimentazioni sono state sostituite, ad eccezione dell’ultimo livello nel quale, almeno nelle sale dell’ala principale,
ancora sono presenti le mattonelle in pietra bianca e grigia della Maiella. Così come sono state conservate quasi tutte le porte e le imbotti dell’infilata di porte dell’ala principale e degli infissi – comprese le persiane –, questi in parte rinnovati con inserimento di vetri a risparmio energetico. In gran parte degli spazi nobili del palazzo, così come nell’androne, nello scalone e in alcune sale del piano terra, sono visibili cospicue decorazioni sulle pareti e sulle volte; a seguito di
sopralluoghi da parte dei funzionari è stato possibile riferire con certezza il ricco apparato decorativo ad una fase molto recente, certamente commissionato dalla scuola privata che era proprietaria dell’immobile negli ultimi decenni del Novecento; pertanto, è da ritenere che, in linea con la sobrietà e con l’austerità dell’architettura in stile eclettico risalente a tutt’altra epoca, tali superfetazioni non aggiungano nulla al valore storico-artistico del monumento.

Considerazioni finali
Si ritiene che il Palazzo Henrici, per le ragioni fin qui espresse, si riveli quale architettura oltremodo significativa del potere e del prestigio sociale di una delle famiglie più importanti nel percorso storico della città di Chieti. Il palazzo, nella sua attuale configurazione, risulta accostabile ad esempi coevi del territorio, come il Palazzo Perenich a Pescara, presentandosi dunque come un notevole esempio di architettura residenziale eclettica a cavallo fra Otto e Novecento.
Pertanto, è parere di questa Soprintendenza che il Palazzo Henrici sia riconosciuto di interesse culturale ai sensi dell’art. 10 comma 3 del Codice dei beni Culturali lettera a) “le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico particolarmente importante, appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati al comma 1”.

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